Hotel Cepina

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Proprio di fronte a un’imponente cancellata di ferro, battuta con esperienza da esperti mastri, aveva le sue fondamenta l’albergo incantato.

Una porta ad arco avvolta da graffiti grigi su fondo bianco introduceva in eleganti sale, la cui vista avrebbe cambiato il destino di chiunque, anche solo per caso, le avesse osservate.

Ovunque musica di pianoforte: voluttuosa, avvolgente, discreta e un profumo, penetrante ma non invadente, di cui non s’identificava l’essenza e che imprigionava la parte spirituale degli ospiti dentro bozzoli iridescenti e immaginari, neutralizzando all’istante le loro fatiche, le delusioni, le ansie e ogni altro genere di contrarietà. Padrona assoluta di tutto ciò era una civetta dagli occhi gialli, che raccontava senza affaticarsi mai a chiunque la interrogasse, come l’albero cavo in cui tempo prima dimorava, così senza motivo apparente, una notte di luna piena si tramutò nello stabile suddetto.

L’albergo aveva grandi ante verde scuro, ed erano proprio queste che segnalavano ai clienti quando potersene andare spalancandosi al sole caldo di montagna; così l’enorme complesso appariva da fuori un apri – chiudi continuo d’imposte, segnale chiaro che alcuni stavano per lasciare la casa e altri per entrarvi. Nessun usciere avrebbe potuto essere migliore!

Ogni spirito inquieto si chiudeva nella stanza assegnatagli munito di un minuscolo cofanetto aperto e lì raccontava a se stesso l’infelicità che lo turbava, poi chiudeva lo scrigno e lo consegnava in direzione. Migliaia erano i bauletti: blu, rossi, oro, ocra, bianchi e tutti venivano disposti su un tappeto magico che, impossessandosi del contenuto, si colorava a macchia d’olio di greche tanto belle da affascinare anche gli ospiti più raffinati della sala da the dove era stato posto.

Ognuno ritrovava se stesso lì dentro ma, con lui, anche il suo perfetto contrario e l’equilibrio e la pace erano così sicuri. L’antico e saggio camino che sbuffava calore in un angolo, sapeva distinguere ciò che esisteva di veramente pericoloso e, accendendosi da sé, bruciava le impurità dei cuori malvagi, riscaldandoli allo stesso tempo per non farli sentire vuoti, soli e perciò probabilmente di nuovo crudeli; mentre fuori, nel parco, la neve cadeva silenziosa!

Oggi la civetta non abita più l’albergo e pare che in nessun altro posto del mondo si trovino cofanetti colorati ove riporre le proprie disperazioni; anche le assi logore delle finestre cigolano al vento la notte e gli archi che introducevano nel mondo delle meraviglie a fatica s’intravedono.

Ma se per caso capitaste a Cepina e riusciste a scendere le imponenti e polverose scalinate del luogo, v’accorgereste con piacere che lo stabile è ancora vivo, perché nei suoi sotterranei le radici secolari sono sempre lì, ancorate al terreno, in attesa di far rinverdire l’albergo in una prossima primavera.

Ossario di Cepina

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